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La storia dietro una fotografia: la Brigata Nera “E. Quagliata”

Nuovi studi sul materiale multimediale dell’Istituto Luce, rivisto attraverso i documenti posseduti dall’Archivio storico della Resistenza bresciana e dell’Età contemporanea.

Il volto malinconico del Duce si staglia tra una schiera di soldati, mentre con un buffetto sfiora la guancia di un giovanissimo volontario. Dietro, lo sguardo soddisfatto di Francesco Maria Barracu contrasta con il viso teso e preoccupato degli ufficiali. Sembra una scena sospesa nel tempo, quasi un’icona, per questo è una fotografia usata in molti libri e documentari per testimoniare l’ultimo periodo della Repubblica Sociale Italiana. In realtà, l’immagine ci svela un pezzo di storia bresciana, la storia della V Brigata Nera Mobile Alpina “Enrico Quagliata”.

Il 3 marzo 1945, quando la guerra in Italia stava ormai volgendo al termine e la Repubblica Sociale Italiana si trovava agli ultimi, convulsi mesi di vita, Benito Mussolini compì una visita tanto breve quanto significativa nella città di Brescia. Meno di ventiquattr’ore prima, il capoluogo lombardo era stato colpito da un pesante bombardamento alleato, uno dei molti che dall’estate 1944 avevano devastato i maggiori centri industriali e ferroviari dell’Italia settentrionale. In questo scenario drammatico, fatto di macerie, tensione politica e collasso militare, si colloca un episodio storico a lungo rimasto in secondo piano: l’adunata degli ufficiali della Guardia Nazionale Repubblicana presso la scuola elementare “Giuseppe Nicolini” di Costalunga.

La mattina del 3 marzo, alla presenza del generale Niccolò Nicchiarelli, Mussolini passò in rassegna circa un centinaio di ufficiali della Guardia Nazionale Repubblicana. L’evento si svolse nei cortili e tra i campi che allora circondavano la scuola Nicolini.

Per anni questo raduno è stato oggetto di equivoci: otto fotografie dell’incontro, oggi finalmente ricondotte con certezza alla tappa bresciana, erano state infatti catalogate come scatti provenienti da Villa Feltrinelli di Gargnano, la residenza del Duce durante la RSI.

Durante la cerimonia, Mussolini pronunciò un discorso nel quale ricordò i 2.763 militari della RSI caduti, elogiò il ruolo dell’ufficiale come guida morale dei propri uomini e tornò, come di frequente in quei mesi, sul tema del tradimento del 25 luglio 1943 da parte del re e di Pietro Badoglio.

La parte più citata dell’intervento fu quella in cui Mussolini evocò il “colpo di Stato” del 25 luglio con toni insieme polemici e amari:

“Ancora: non vi è dubbio che la tecnica del colpo di Stato del 25 luglio fu perfetta. Fu un capolavoro. Tutto era stato predisposto fino nei più minuti dettagli di uomini, di luogo, di tempo. Se lo Stato maggiore regio avesse preparato con la stessa finitura le sue battaglie, a quest’ora io vi parlerei in una piazza del Cairo, non in un sobborgo di Brescia.”

Tra applausi e consensi, Mussolini provò a rievocare l’immagine del fascismo delle origini, esortando gli ufficiali a una “strenua ed eroica difesa” della Valle del Po. Concluse l’intervento con un messaggio rivolto al corpo ufficiali della GNR:

“Voi dovete rimeditare le mie parole e trasfonderle nei vostri legionari, fare di quanto vi ho detto uno strumento per il vostro orientamento quotidiano e soprattutto essere convinti che il fascismo non può essere cancellato dalla storia d’Italia. Faranno, nell’Italia invasa, tutto quello che vorranno e dimostrano ancora di essere poco intelligenti, ma tutto ciò che è entrato nella storia non si cancella e noi abbiamo lasciato tracce troppo profonde nelle cose e negli spiriti degli italiani per pensare che questi resuscitati dalle tombe, nelle quali erano fino a ieri vissuti e nelle quali avremmo dovuto definitivamente cacciarli, possano combattere e vincere le nostre generazioni e le nostre idee, che rappresentano e rappresenteranno la vita e il futuro della Patria.”

Dell’incontro esiste anche un breve filmato, incluso nel documentario “Guerra degli italiani – capitolo 7” (il minuto di filmato si trova dopo 1h 10′ 40″ di video), nel quale compaiono figure di primo piano della RSI. Oltre ad Alessandro Pavolini e Francesco Maria Barracu, è possibile riconoscere un giovane Giorgio Almirante, allora Capo di Gabinetto del Ministero della Cultura Popolare e destinato nel dopoguerra a diventare uno dei fondatori e guida politica del Movimento Sociale Italiano. Questi materiali multimediali, ora correttamente attribuiti, costituiscono alcune delle testimonianze più nitide dell’episodio.

Brescia Repubblicana 13 agosto 1944

Terminato il discorso, Mussolini lasciò Costalunga per una seconda tappa pomeridiana. La colonna risalì i tornanti della Val Garza fino a una radura posta a pochi chilometri da Vallio Terme–Sant’Eusebio, lungo la Statale 237 del Caffaro. In località La Croce (km 20,5), ad attenderlo vi erano i militi della V Brigata Nera Mobile Alpina “Enrico Quagliata”, giunti a piedi dalla loro sede presso la Stocchetta.

Le Brigate Nere, fondate nel luglio 1944 per volontà di Alessandro Pavolini e ispirate alle originarie squadre d’azione fasciste, avevano il compito di intensificare il rastrellamento e contrastare le formazioni partigiane. Ogni provincia disponeva della propria brigata; a Brescia inizialmente era stata attiva la X Brigata Nera “Enrico Tognù”, ma il 14 gennaio 1945 fu costituita la V Brigata Mobile “Enrico Quagliata”, con comando affidato al tenente colonnello Arturo Pellegrini. Entro marzo l’unità era organizzata in tre battaglioni, con funzioni specifiche legate al combattimento in zone montuose.

Durante la cerimonia di consegna della Bandiera di Combattimento al I Battaglione “Adamello” (ARECBs, FM, b. 8, fasc. 3, n 21.), vennero scattate diverse fotografie, otto delle quali oggi conservate presso l’Istituto Luce. Tra queste emerge uno scatto particolarmente noto: quello del bambino in uniforme, armato di fucile, che resta impassibile mentre Mussolini gli sfiora la guancia.

La presenza di giovanissimi non era un’eccezione nella Quagliata: gli elenchi presenti presso l’Archivio storico della Resistenza bresciana e dell’Età contemporanea parlano di almeno dieci ragazzi sotto i 15 anni, il più giovane dei quali, Ottorino Giromini, aveva appena 11 anni. In molti casi erano proprio i bambini ad allontanarsi volontariamente per raggiungere i reparti.  Il 13 ottobre del 1944, un comunicato delle forze di polizia dichiara l’inizio delle ricerche in tutta la provincia di Brescia per Carlo Passoni, classe 1932, di Breno: “In questi giorni il bimbo aveva letto un giornalino per bambini sul quale era descritta l’avventura di un bambino che era fuggito da casa per arruolarsi in un reparto delle brigate nere. In considerazione a quanto sopra la famiglia ha il dubbio che sia partito per tale intenzione”. (ARECBs, FM, b. 9/b. fasc. 3) Un altro caso simile avvenne il giorno dopo il giuramento del Battaglione “Adamello” quando Giorgio Dugnani, quindicenne, figlio del capo della provincia di Brescia, decise di raggiungere le unità operative insieme ad altri quattro ragazzi. (ARECBs, FM, b. 12, fasc. 15)

Anche le persone di una certa età non mancano, numerosi sono quelli nati prima della classe 1888, mentre il più anziano risulta essere Sacchi Costanzo di anni 66. Molti di loro erano squadristi della prima ora, alcuni avevano partecipato alla marcia su Roma e in certi casi avevano preso parte alla Prima guerra mondiale.

Chi accompagna Benito Mussolini mentre passa in rassegna il battaglione “Adamello” è con ogni probabilità il suo capitano Gianni Cavagnis, maggiore di artiglieria, capomanipolo della MVSN, comandante del Centro premilitare di Sarezzo. L’ufficiale in secondo piano è il vicecomandante e maggiore Lino Caprinali, vicecomandante della squadra fascista “Lunardini”, che prese parte alla Marcia su Roma e nel 1936 fu volontario delle camicie nere in Africa Orientale e in Libia. Entrambi gli ufficiali dopo l’8 settembre si schierarono a fianco delle forze di occupazione nazifasciste. Inoltre, ebbero un ruolo importante nella tristemente famosa banda “Sorlini”, formazione che si macchiò di numerosi crimini, tra cui omicidi, furti, sequestri, violenze e rastrellamenti. Tra il 15 e il 16 agosto del 1945 la banda “Sorlini” partecipò all’eccidio di Bovegno dove vennero assassinati 15 civili. Il maggiore della GNR Ferruccio Sorlini, capo della banda, nel dicembre 1944 a causa della crudeltà dei crimini commessi venne arrestato dalla Guardia Nazionale Repubblicana per ordine di Alfredo Beccherini; fu poi liberato dalle SS tedesche che lo assunsero al proprio servizio. Il 5 febbraio del 1945, dopo un secondo mandato di cattura si rese latitante e venne protetto dai comandi della Brigata Nera “E. Quagliata”. Tra le file della Quagliata vi erano ben undici militanti della banda “Sorlini”, mentre circa una decina facevano parte della Guardia Nazionale Repubblicana e quasi tutti prestavano servizio presso il presidio di Gardone Val Trompia. Oltre al basso livello morale, risultava altrettanto basso quello militare: molti squadristi volontari, pur avendo alle spalle diversi anni di lotta contro i renitenti al servizio di leva, erano privi di qualsiasi disciplina militare. Lo stesso comandante avverte i propri squadristi: ”Non basta essere buoni camminatori (non arriveremo mai alla potenza ed alla furbizia dei montanari abitanti in queste zone), ma camminare sapendo dove sono i reparti amici e con essi manovrare neutralizzerà un po’ delle nostre manchevolezze…”. Cavagnis, inoltre, segnala alcune lacune evidenziate durante le esercitazioni: ”Non abbiamo grandi mezzi però qualcosa sì e con un po’ di buona volontà si può rimediare. Abbiamo carte topografiche, porta ordini, bandiere lampo di colore, pistole Very, colpi di fucile (che alle volte vengono sciupati per sparare alle cornacchie) … Poca serietà in tutto, specialmente al ritorno … perché molti parlano, cantano, fanno assembramenti molto visibili lontani e quindi obbiettivi facili per una mitragliatrice posta in posizione lontana…”. (ARECBs, FM, b. 4, fasc. 3, n 28.)

Melchionda Roberto, che si arruolò giovanissimo presso la Brigata Nera “E. Quagliata”, nel dopoguerra diventò giornalista e politico, oltre che fondatore della federazione provinciale di Brescia del MSI e studioso del pensiero filosofico di Julius Evola. Dall’elenco dei brigatisti (ARECBs, FM, b. 7, fasc.1, n 10)

Eclatante il caso, avvenuto a Sabbio Chiese il 16 marzo 1945, dove la Società Elettrica Bresciana si vide costretta a presentare un reclamo direttamente presso il comando delle Brigate Nere: “Alcuni militi appartenenti alla Cod. Brigata, in dispregio alle più elementari norme di sicurezza, hanno gettato nel canale di scarico della ns/ Centrale di Sabbio Chiese, delle “Bombe a mano” con l’evidente scopo di pescare in tale quisa del pesce. A parte L’atto insano, in stridente contrasto con le vigenti leggi, in tema di Pesca, dobbiamo lamentare il fatto, che potevano mettere in serio pregiudizio il ns/importante servizio…” (ARECBs, FM, b. 7, fasc.3b, n 5.). La risposta del comandante Ernesto Pogliaghi non chiarisce l’imbarazzante questione, ma sembra anticipare, nelle modalità, la difesa dei gerarchi fascisti dopo la conclusione del conflitto mondiale, dato che attribuisce il gesto a truppe germaniche: “… a riguardo degli squadristi presenti in Sabbio Chiese nella giornata del 16 Marzo, nulla è risultato a carico di questi, i quali asseriscono che effettivamente due bombe a mano di piccole dimensioni furono lanciate nello specchio d’acqua in vicinanza dei vostri alternatori da militari tedeschi in quel giorno di passaggio…”.

Da metà marzo i battaglioni “Adamello” e “Brescia” della Brigata Nera mobile “E. Quagliata” si trasferirono in val Camonica, dove dal 9 aprile parteciparono, affiancati al 63º Battaglione “M” della Legione Tagliamento e al II Battaglione di Waffen SS italiane dell’82º Reggimento Granatieri, alla seconda battaglia del Mortirolo.

L’obiettivo delle forze schierate dalla RSI consisteva nell’eliminare i ribelli dalle loro postazioni ben trincerate presso le montagne del passo del Mortirolo, zona strategica per le vie di collegamento tra la Valtellina e la val Camonica. La battaglia si concluse con la sconfitta delle forze della repubblica di Salò, incapaci di sfondare le ben difese posizioni dei partigiani. Tra le file delle formazioni Fiamme Verdi militavano molti alpini reduci dalle campagne di Grecia e di Russia, i quali, dopo l’8 settembre, scelsero di combattere l’occupante nazista: furono proprio questi ribelli con in testa il cappello d’alpino a mettere la parola fine alla Brigata Nera mobile alpina “E. Quagliata” che, dopo meno di quattro mesi, si sciolse definitamente la sera del 30 aprile a Monno, quando quattrocento brigatisti si arresero ai partigiani.

Oltre ai battaglioni “Adamello” e “Brescia”, la Brigata Nera mobile “E. Quagliata” ottenne il battaglione “Mantova” dalla XIII Brigata Nera “Marcello Turchetti”. Tale forza venne impiegata tra il 15 e 16 aprile nella battaglia di Monticello (Piacenza), dove le armate della Repubblica Sociale Italiana vennero respinte e sconfitte dalle formazioni partigiane piacentine.

Tra i vari documenti conservati presso l’Archivio storico della Resistenza bresciana e dell’Età contemporanea si trova un volantino anonimo, probabilmente scritto dai ribelli, dove con ironia si commenta la nascita della brigata “E. Quagliata”. Oltre al lato satirico del volantino e alla preveggenza nell’intravvedere la sorte della neonata Brigata Nera, è interessante notare che sia i partigiani che i fascisti erano a conoscenza dei rispettivi organici, dimostrando quanto ormai la guerra fratricida era entrata in profondità nella comunità bresciana.

Per ironia della sorte, nelle stesse ore in cui fu presentata la nuova Brigata Nera a Benito Mussolini, a Lugano ci fu il primo incontro segreto tra il colonnello Eugen Dolmann e gli emissari americani per iniziare le trattative di resa delle forze tedesche schierate in Italia. Per dimostrare la totale serietà delle intenzioni di resa i tedeschi scarcerarono Ferruccio Parri, capo riconosciuto del CLNAI, e Antonio Usminai.

Cavriana, 11 marzo 1945. Ai lati di Mussolini Alessandro Pavolini e Karl Wolff

Karl Wolff, il generale delle SS plenipotenziario di polizia tedesco in Italia, una volta tornato a Maderno dopo il secondo incontro con gli alleati avvenuto l’8 marzo, comunicò a Pavolini la sospensione degli aiuti da parte delle SS a tutte le Brigate Nere, ordinandogli di cessare ogni malversazione nei confronti della popolazione. Fu così che Alessandro Pavolini, ignaro del graduale sganciamento dell’alleato tedesco al quale si era sempre ispirato, dovette subire l’accusa di comandare delle forze eccessivamente sanguinarie, capaci addirittura di mettere in cattiva luce l’operato delle SS di Karl Wolff.

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Album fotografico Africa Orientale e Libia di Lino Caprinali, archivio personale di Giovanni Coalova

Alessandro Tami