L’autista dei federali
Storia dei quattro federali di Brescia durante la Repubblica Sociale Italiana, attraverso l’interrogatorio di Carlo Vomiero, l’autista particolare della Federazione Fascista di Brescia.
L’8 maggio 1945, mentre in tutta Europa si chiude il secondo conflitto mondiale, Carlo Vomiero — nato a Padova ma residente in corso Garibaldi a Brescia — è convocato presso la commissione di Giustizia e Libertà all’Arsenale. Ad attenderlo vi sono i fratelli Gianni e Savino Mariani, rispettivamente comandante e commissario del Gruppo SIGMA. Accusato di collaborazionismo con l’invasore tedesco, Vomiero è chiamato a rispondere del proprio operato davanti ai partigiani del Servizio Informazioni dei Gruppi Militari Antifascisti, una struttura clandestina nata nel settembre del 1943 su iniziativa di esponenti del Partito d’Azione e capace di infiltrare propri uomini nelle file dell’esercito tedesco e della Guardia Nazionale Repubblicana.

Presso l’Archivio storico della Resistenza bresciana e dell’Età contemporanea si conserva integralmente la sua deposizione: un documento di straordinario rilievo, che restituisce non solo episodi e retroscena, ma anche aspetti significativi della vita politica e privata dei federali Ferruccio Sorlini, Fulvio Balisti, Antonino Melega e Alfredo Becherini.
Ferruccio Sorlini aderisce giovanissimo alle idee fasciste e insieme a suo fratello Mario si iscrive alla squadra d’azione “La Disperata” partecipando nel 1922 alla marcia su Roma. Anche dopo l’instaurazione del regima fascista, viene ripetutamente segnalato dalle autorità per il suo comportamento violento. Tramite l’aiuto di Augusto Turati riesce a ricoprire un ruolo di dirigente presso l’azienda statale AGIP. Nel marzo del 1937 parte volontario per la Spagna dove viene ferito a Guadalajara, perdendo l’uso di un polmone.

Dopo l’8 settembre del 1943 il centurione Sorlini è tra i primi, insieme al generale Augusto Bastianon e ad Alfredo Becherini, a presentarsi per offrire la propria collaborazione all’occupante tedesco, diventando così il primo federale di Brescia della nascente Repubblica Sociale Italiana. Carlo Vomiero lo ricorda così:
Si serviva dell’auto per ispezionare Gruppi rionali e fasci della provincia e per viaggi di carattere privato.
Circa un mese dopo la sua nomina di federale, si recò a Roma assieme a un suo cugino, certo ingegnere DA GHEDI [Ing. Renato Sorlini Vice Commissario della Federazione Fascista di Brescia] ed un suo amico a nome di CAPRIANI.
Giunti a Roma, si recò a casa di Augusto TURATI, il quale doveva essere accompagnato a Brescia per assumere la carica, il capo della provincia; evidentemente TURATI non accettò la carica ed il viaggio fu inutile.
SORLINI si recava spesso a Maderno, per conferire con PAVOLINI.
Egli parlava molto bene il tedesco ed era molto amico di ufficiali germanici, coi quali usciva spesso in automobile.
A detta del VOMIERO, durante il suo ufficio di federale, il SORLINI non aveva mai preso parte a rastrellamenti.
Il suo autista racconta un episodio: Una sera verso le ore 22.00 venne chiamato d’urgenza da SORLINI il quale gli disse queste testuali parole: “Vai a prendere il tuo amico PASINETTI perché lo voglio ammazzare!”.
Il VOMIERO rispose di non sapere dove detta persona abitasse e piano piano se ne uscì dall’ufficio del suo superiore. Mezzora dopo il SORLINI lo chiamò di nuovo e gli chiese: “Vai o non vai a prenderlo? Altrimenti la passi brutta, si capito? “Avendogli l’autista nuovamente risposto di non sapere dove il suo amico PASINETTI stesse di casa, SORLINI imbestialito gli diede due pugni.
Il giorno seguente il VOMIERO s’imbatté nel suo amico VOINA Mario che era capo dei metallurgici del partito Comunista alla camera del Lavoro e gli disse di avvisare subito il suo amico PASINETTI, affinché stesse in guardia e cercasse di fuggire.
Ferruccio Sorlini, alle dipendenze del gruppo antipartigiano della gendarmeria tedesca e dell’Ufficio Politico Investigativo di Brescia, dopo aver costituito una propria “banda” composta da camicie nere, diffonde il terrore in tutto il territorio bresciano. Nei primi giorni di novembre del 1943 gli viene revocato l’incarico di federale, ma prosegue senza interruzioni l’attività di repressione antipartigiana. Nell’agosto del 1944 prende parte attiva all’eccidio di Bovegno.

Il 12 dicembre 1944 Ferruccio Sorlini viene arrestato su ordine di Alfredo Becherini con l’accusa di malversazione, furto, taglieggiamento e sequestro di persona, ma non per omicidio né per torture. Dopo circa trenta giorni ottiene la scarcerazione grazie all’intervento del ministro Pavolini e delle SS tedesche. In seguito viene emesso un nuovo mandato di cattura, ma il maggiore si sottrae all’arresto rendendosi latitante e trovando protezione presso la Brigata Nera mobile “Quagliata”.
Il 25 aprile 1945, giorno del suo quarantaduesimo compleanno, come molti altri fascisti, si dà alla fuga. Viene arrestato a Parma il 27 giugno. Un mese più tardi, durante il processo, muore in aula, colpito da una raffica di mitra esplosa dal carabiniere Giuseppe Barattieri, ex partigiano delle Fiamme Verdi.

Dopo gli eccessi del maggiore Sorlini la carica di federale di Brescia passa a Fulvio Balisti, un profilo più moderato, stimato sia dai fascisti sia da una parte della popolazione.
Fulvio Balisti nasce a Ponti sul Mincio il 19 agosto 1890. Interventista convinto, prende parte alla Prima guerra mondiale, distinguendosi in più occasioni per altruismo e coraggio. Nel 1919 diventa capo segretario del “Vate” durante l’impresa di Fiume.
Partecipa anche al secondo conflitto mondiale: in Libia, nel corso della seconda battaglia di Bir el Gobi, rimane gravemente ferito e perde una gamba. Catturato nel dicembre 1941 rimane prigioniero degli inglesi in Egitto fino all’aprile del 1942. Ritorna in Italia grazie ad uno scambio di prigionieri feriti. Dopo l’8 settembre, nella speranza di vedere finalmente attuate politiche sociali più coraggiose, aderisce alla Repubblica Sociale Italiana. Grazie alla sua schiettezza, è tra le poche persone autorizzate a rivolgersi con il “tu” a Benito Mussolini, che lo definisce “l’uomo nuovo”.
Il secondo federale di Brescia della RSI si insedia nel novembre del 1943. L’autista Vomiero durante la sua deposizione lo ricorda con queste semplici ma precise righe.
Partecipava a poche riunioni, sia in città che in provincia, si serviva dell’auto dalla mattina alla sera.
Di carattere molto allegro si faceva invitare molto volentieri a pranzo.
Meta dei suoi viaggi erano:
Maderno, Gargnano, dove si recava da PAVOLINI, da BARRACU, da MUSSOLINI, da GRAZIANI, dal dott. MARCHESELLI suo amico, direttore della STEFANI.
Quasi tutti i giorni si recava a pranzo al Vittoriale dal suo amico MARONI [Giancarlo, architetto famoso per la realizzazione del Vittoriale degli italiani] e da altri.
Si recava pure spesso a Ponte sul MINCIO a casa sua, a MANTOVA dal suo amico MOTTA [Stefano comandante della XIII Brigata Nera “Marcello Turchetti”]; a BOLOGNA, all’istituto PUTTI dei mutilati.
Presenziò pure a RAVENNA ai funerali di Ettore MUTI [Ettore Muti, aviatore e politico, muore a Fregene il 24 agosto 1943. Il 19 febbraio 1944 si svolgono i funerali solenni a Ferrara].
A seguito dei contrasti con Alessandro Pavolini e della scelta di non intervenire con decisione contro lo sciopero generale del 2 marzo 1944 organizzato degli operai della OM e della Breda, viene rimosso dall’incarico di federale.

Al termine della guerra è arrestato e incarcerato a Brescia; tuttavia, dopo due mesi, viene rilasciato senza conseguenze giudiziarie. Trascorre gli ultimi anni della sua vita serenamente, dedicandosi alla scrittura di libri e poesie nel suo paese natale, che egli stesso definisce la sua “Piccola Caprera”. Muore il 9 luglio 1959 a causa di una setticemia provocata dal moncone della gamba amputata.

Dal 10 marzo al 31 ottobre 1944 la carica di federale di Brescia è ricoperta da Antonino Melega, nato a Bologna l’11 aprile 1907. Volontario nelle campagne dell’Africa Orientale e nella guerra civile spagnola, entra a far parte della Camera dei Fasci e delle Corporazioni durante la XXX legislatura. Nel corso della Seconda guerra mondiale ricopre l’incarico di federale prima a Derna, in Cirenaica, e successivamente nelle Isole Ionie.
Nei giorni seguenti all’armistizio dell’8 settembre 1943 aderisce alla Repubblica Sociale Italiana, assumendo il ruolo di ispettore del Partito Fascista Repubblicano. Durante il suo mandato a Brescia, il 10 agosto 1944 partecipa a un rastrellamento in Piemonte insieme alla prima Brigata Nera mobile, operazione organizzata da Alessandro Pavolini.
In quel contesto, Pavolini e Melega ricevono da Mussolini anche l’incarico di verificare la fedeltà del comandante della X MAS, Junio Valerio Borghese, impegnato in quei giorni nel Canavese in operazioni contro i partigiani. Nonostante le perplessità di Melega riguardo al rischio di azioni avventate in territorio controllato dalla Resistenza, Pavolini decide comunque di avanzare con le camicie nere. La colonna cade però in un’imboscata nei pressi di Ceresole Reale, organizzata da partigiani della 77ª Brigata Garibaldi, composta in gran parte da combattenti cecoslovacchi e jugoslavi. Nello scontro rimangono feriti Antonino Melega, Junio Valerio Borghese e lo stesso Pavolini, mentre il tenente colonnello Enrico Quagliata viene ucciso. Melega, colpito alla mascella, rimane ricoverato per circa un mese all’ospedale di Torino. La sua assenza ha ripercussioni anche nella provincia di Brescia, dove Sorlini sfrutta il vuoto di potere e il clima di tensione per compiere soprusi ai danni della popolazione. Ecco la testimonianza di Carlo Vomiero sul terzo federale di Brescia.
Ispezionava spesso i gruppi Rionali ed i Fasci della Provincia.
Partecipò a due colloqui con i “Partigiani” a Capo di Ponte.
Si recò in auto ai funerali di Tognù, in Edolo [Enrico Tognù, podestà di Corteno, muore il 9 giugno 1944 ucciso dai partigiani].
Partecipò a rastrellamenti in Piemonte, unitamente a Pavolini e Quagliata; rimase in tale occasione ferito gravemente, e ricoverato all’Ospedale di Torino, assieme all’autista delle Brig. Nere ANTONINI di Bassano Bresciano.
Preferiva uscire con la macchina da solo, e si dilettava di donne e pranzi.
Suoi diletti collaboratori in scarozzate, erano certo Nano FONTANA, il Dott. GALANTE ed il Dott. POMIGLIO.
Spesso si sborniava e di conseguenza aveva aspre discussioni in famiglia; chi ne subiva le conseguenze era anche l’automobile, che spesso andava a scontrarsi con altri autoveicoli. In genere non badava a spese.
Il 31 ottobre lascia l’incarico di federale di Brescia per diventare il commissario straordinario dell’Ente Nazionale Carta, Cellulosa e Stampa. Passa indenne il periodo del dopoguerra e nel 1954 diventa segretario della federazione bresciana del Movimento Sociale Italiano. Muore a Milano 3 aprile 1990.

Nel novembre del 1944, ormai lontani i giorni in cui il ruolo di massimo dirigente del partito a livello provinciale era conteso tra gli uomini più importanti della politica bresciana, la carica di ultimo Segretario Federale del Fascio ricade su Alfredo Becherini.
Nato a Mulhausen in Alsazia il 28 aprile 1896, nei primi anni di vita affronta numerosi spostamenti tra Zurigo, Genova, Torino. Operaio metallurgico, nel periodo del primo conflitto mondiale lavora presso una fabbrica torinese di aeroplani. Amico di Augusto Turati aderisce alla squadra d’azione “Corridoni” nel 1921. Fonda a Brescia il sindacato fascista degli impiegati e nel 1923 è fiduciario dei tecnici metallurgici della città. A cavallo degli anni ’30 e ’40 è delegato dell’Unione Sindacale Italiana in Germania. Dopo l’8 settembre si mette a disposizione dell’occupante germanico ricoprendo il ruolo di responsabile delle organizzazioni dei lavoratori.

Durante il penultimo mese del 1944 assume la carica di federale di Brescia e comandante della X Brigata Nera “Tognù”. Come segno di distensione verso la popolazione bresciana, dopo le rappresaglie avvenute a Cevo, Bovegno e Berzo, Becherini fa arrestare Ferruccio Sorlini nonostante sia un protetto delle SS e del ministro Pavolini. La parte conclusiva della deposizione di Carlo Vomiero racconta il mandato dell’ultimo federale di Brescia.
Si manteneva molto in contatto con i Gruppi e i Fasci della Provincia, non andava molto d’accordo CON I VARI Comandanti della Brigata Nera: Sorlini, Pellegrini, Caprinali, Bergomi, Monti, Ecc.
Ispezionava vari stabilimenti della Città, Gardone Valtrompia e Lumezzane; era dotato di facile parola. Parlava pure molto bene in lingua tedesca. Godeva di numerose amicizie fra i germani, con i quali si assentò parecchie volte.
Si recò al fronte di Bologna, per visitare le posizioni due volte [Dove era presente il figlio Leonetto Becherini, sottotenente della Guardia Nazionale Repubblicana].
Andò anche ad ispezionare ad Edolo la Brigata Nera Alpina che stava portando a termine un rastrellamento, assieme ad elementi del “Tagliamento”.
Con la macchina, da solo si recava spesso a Remedello, ove trovavasi sfollata la propria moglie. Sovente andava anche a Milano ed ogni sera la prefettura.
Molto amante delle armi, ne possedeva di ogni specie e tipo.
Aveva pure l’ambizione di possedere automobili bellissime, e non badava a relative spese.
Era un mangiatore e bevitore di prima qualità, che non disdegnava donna di qualunque ceto. Di lavorare non ne aveva voglia affatto.
Alfredo Becherini, nonostante affermi di non essere un uomo d’azione, è protagonista di una carriera militare fulminante: quando, nel settembre del 1943, si presenta alle forze di occupazione tedesche, ha il grado di squadrista; dopo soli due anni, grazie al ruolo di comandante della Brigata Nera “Tognù”, ha già raggiunto quello di colonnello.

Un altro elemento di forte ambiguità è rappresentato dal rapporto con la Curia bresciana: durante la riunione del 23 aprile 1945 con tutti i commissari dei Fasci della provincia, accusa il clero di essere stato in gran parte responsabile dei “torbidi” che hanno diviso la popolazione bresciana; tuttavia, due giorni dopo, nel tentativo di evitare inutili spargimenti di sangue e rappresaglie ai danni dei militanti delle Brigate Nere, prende contatti con il Comitato di Liberazione Nazionale tramite il vescovo di Brescia.

Il 26 aprile 1945 lascia Brescia seguendo le SS al comando di Priebke, ma a Preseglie la sua auto viene messa fuori uso da una raffica di mitragliatrice sparata da un gruppo di partigiani. Dopo una fuga rocambolesca, viene catturato a Sant’Eufemia il 4 maggio.
Imprigionato, dopo due anni esce dal carcere ed espatria in Argentina, dove riprende il lavoro di operaio metallurgico. L’ultimo atto di fedeltà di Alfredo Becherini verso gli ex alleati consiste nell’aiuto dato al suo vecchio amico Erich Priebke, in occasione delle pratiche compilate dall’ex federale, necessarie per ottenere l’atto di chiamata dall’Argentina e poter consentire all’ex capitano delle SS di emigrare nel paese sudamericano.

La deposizione di Carlo Vomiero restituisce un quadro dinamico e per molti versi contraddittorio della classe dirigente fascista bresciana negli anni della Repubblica Sociale Italiana. Attraverso i suoi ricordi emergono personalità profondamente diverse.
Più che semplici funzionari, i federali appaiono come uomini inseriti in un contesto caotico, segnato dall’occupazione tedesca, dalla guerra antipartigiana e dal progressivo sgretolarsi delle istituzioni. Le loro azioni, spesso guidate da interessi privati, rapporti di potere o personali ideologie, contribuiscono a delineare una realtà fatta di violenze, contraddizioni e tentativi, talvolta tardivi, di ricomposizione.
In questo scenario, la testimonianza dell’autista assume un valore storico particolarmente significativo: non filtrata da giustificazioni ufficiali o narrazioni celebrative, essa offre uno sguardo diretto sulla quotidianità del potere fascista locale e nazionale, mettendo in luce dinamiche spesso trascurate dalla storiografia più tradizionale.
Il racconto di questi quattro federali non è soltanto una ricostruzione di vicende individuali, ma diventa uno spaccato emblematico della crisi finale del fascismo, dove fedeltà ideologica, opportunismo e sopravvivenza personale si intrecciano fino alla dissoluzione definitiva del regime.
Tami Alessandro
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