Alessandro Alessandri, il ragioniere partigiano
Il primo numero de «Il Ribelle» (5 marzo 1944) è dedicato alla cattura e al processo di due dei protagonisti della Resistenza bresciana, Astolfo Lunardi ed Ermanno Margheriti, accusati di «organizzazione di bande armate per commettere delitti di cui all’art. 347 C. P. e per svolgere azioni di guerriglia contro le Forze Armate dello Stato». Il giornale clandestino dapprima rievoca le vite dei due partigiani e poi ricostruisce i tempi e le modalità dell’arresto e della vicenda giudiziaria. La narrazione così organizzata diviene funzionale non solo a celebrarne la moralità, l’eroismo, il senso civico e il sacrificio per la libertà, ma anche a mostrare il contrasto tra il loro alto profilo, contrassegnato dall’onorevole servizio prestato da entrambi nell’esercito italiano, e il trattamento loro riservato: la cattura tra il 5 e il 6 gennaio 1944, la tortura e gli interrogatori, il processo e la condanna a morte del 5 febbraio 1944, l’immediato respingimento della richiesta di grazia e, infine, la fucilazione al poligono di Mompiano.
Come informano le pagine de «Il Ribelle», i due non furono gli unici coinvolti in questa retata. Altri subirono l’arresto, per il loro coinvolgimento, e l’esito del processo per il gruppo fu il seguente:
LUNARDI ASTOLFO e MARGHERITI ERMANNO: condannati alla pena capitale.
ALESSANDRI ALESSANDRO: anni 15 di reclusione.
GENTILINI EUGENIO: anni 7 di reclusione.
VISINTINI CARLO: anni 5 di reclusione.
TERZI ANTONIO: assolto per insufficenza [sic] di prove sul dolo.
STURM GIULIANO: assolto perché il fatto non costituisce reato.
L’ultimo elencato, tra l’altro, è accusato da «Il Ribelle» di essere una spia arrivata a Brescia «al solo scopo di tradire e denunciare».
Come comprensibile, l’evento non trovò spazio solo sulle pagine della resistenza cattolica. Già una decina di giorni dopo la retata, il 19 gennaio 1944, nella sezione Cronaca della città di «Brescia repubblicana», quotidiano del Partito Fascista Repubblicano, era uscito un articolo intitolato L’arresto dei componenti di una cellula eversiva:
La polizia repubblicana ha proceduto all’arresto di una importante cellula comunista operante nella città di Brescia. Il programma dei componenti era quello di sopprimere gradualmente persone avverse al movimento comunista, servendosi di giovani appositamente reclutati in altre provincie. Sono stati denunciati al Tribunale per la difesa dello Stato i seguenti individui: Astolfo Lunardi, litografo, capo del settore sovversivo di Brescia; il perito industriale ed ex-ufficiale dell’esercito badogliano, Ermanno Margheriti, Giuliano Sturn [sic], Alessandro Alessandri, G. Battista Gotelli, Eugenio Gentilini, Carlo Visintini, Antonio Terzi.
Alla cronaca seguiva un corsivo contro questi «delinquenti che si arrogano il diritto di armare, per bassi fini, la mano dei giovani per muoverla nei confronti di coloro che attendono alle gravi responsabilità del momento […] occultati fra le connessure dei sottosuoli cittadini o fra le gole delle montagne, barando sul valore della parola “patria”». Il commento firmato m. è opera, come tiene a precisare «Il Ribelle», di maglio, cioè Renato Seveglievich, addetto stampa in Prefettura. Il tono di «Brescia repubblicana» è evidentemente e comprensibilmente diverso da quello de «Il Ribelle», a partire dall’attribuzione del gruppo partigiano di matrice cattolica allo schieramento comunista. Un’altra discrepanza si noti nell’elenco degli arrestati, dove fa capolino il nome di G. Battista Gotelli, assente nella lista degli imputati ne «Il Ribelle» e aggiunto, come si vedrà, non casualmente. La risposta a «Brescia repubblicana», seppur indiretta, da parte di uno dei protagonisti della vicenda è contenuta in una nuova preziosissima donazione all’Archivio storico della Resistenza bresciana e dell’Età Contemporanea (AREC). L’autore è il bresciano Alessandro Alessandri (1911-1975), amico di Lunardi e Margheriti e partigiano che aveva nascosto nella propria cantina le armi del gruppo. A causa del suo coinvolgimento, fu arrestato e condannato nel medesimo processo a 15 anni di reclusione con la medesima accusa di Lunardi e Margheriti.

La voce di Alessandri è giunta a noi grazie alla cura della sua famiglia, che ha custodito quasi quattrocento documenti legati alla sua prigionia a Canton Mombello a Brescia: più di cento lettere scritte dal detenuto alla famiglia, circa duecentosessanta lettere inviategli da quest’ultima, ventisette messaggi a lui spediti da amici e conoscenti, una lettera al direttore del carcere, più documenti e fotografie. A questo patrimonio si aggiungono vari oggetti legati a quegli anni. Questo ricco materiale compone il nuovo “Fondo Alessandro Alessandri” dell’AREC, generosamente donato dalla famiglia con la precisa volontà che sia reso disponibile agli studiosi.

Tornando al processo, nel carteggio con la famiglia è possibile leggere la reazione di Alessandri ai toni propagandistici dei mezzi di comunicazione fascisti riguardo alla cattura della banda partigiana. Se il 28 gennaio 1944 commenta ironicamente il trionfalismo dell’operazione poliziesca: «come se avessero pescato una banda tipo Al-Capone», già il 21 dello stesso mese scrive sulla sua accusa:
Oggi ho meno timore di quando venni arrestato perché vedo chiaramente che l’accusa ha con se [sic] il demonio mentre io ho con me Dio […] Ho chiesto un’istanza al signore Questore perché smentisca pubblicamente sulla “Brescia Repubblicana” la mia appartenenza al comunismo, la bassezza di inviti ad uccidere a giovani che non ho mai nemmeno sognato di vedere, le criminali insinuazioni di bancarotta che non essendo commerciante non avrei mai potuto incorrere, dei falsi in cambiale, in atto pubblico, ruberie e finanziamenti nemici ecc.
Sicuramente degna di menzione è anche la testimonianza diretta del processo, che Alessandri inserì in una lettera del 9 febbraio 1944 e che si aggiunge per esempio a quella già nota del compagno Carlo Visintini. In particolare, la narrazione si sofferma sulla reazione che ebbero Lunardi e Margheriti alla condanna a morte:
Pronunciata la condanna a morte di Lunardi e Margheriti non ho più potuto togliere gli occhi da loro: Lunardi si è mantenuto forte, Margheriti ha avuto una crisi di nervi sia pure momentanea ma che spezzava il cuore, li abbiamo baciati e ribaciati in Tribunale, nell’ufficio matricola del carcere, all’entrata della loro cella, abbiamo poi saputo che vennero subito tolti per essere portati nella cella dei condannati a morte dove si confessarono subito […] e infine sono morti da santi.
Alessandri, inoltre, spiega l’aggiunta di Gotelli tra i nomi dei membri arrestati della banda elencati nell’articolo su «Brescia repubblicana», in un biglietto dell’8 aprile 1944 alla famiglia:
Coi Gotelli non voglio abbiate a che fare sono brutta gente tutti, Gotelli aveva ricattato il povero Lunardi ed è stato condannato da pochi giorni a 3 anni per ricatto e passato ai delinquenti comuni. Non faceva parte della nostra banda, ditelo a tutti, lo misero dentro per farci fare brutta figura davanti alla popolazione.
Ancora una volta si denuncia la diffamazione operata dai media. E, in effetti, anche solo scorrendo la biografia di Alessandri e leggendo le sue lettere, emerge un profilo ben lontano dal ritratto di delinquente fornito dall’accusa e dalle parole dei media: ragioniere, uomo di convinta fede cattolica, marito e figlio devoto, padre di famiglia. Aveva persino combattuto nell’esercito italiano, così come Lunardi e Margheriti; anzi, dell’esperienza militare in Africa Alessandri fa convinta menzione, come prova del proprio amore per la Patria. Scrive il 10 maggio del 1944:
Ieri 9 maggio è stato l’anniversario dell’impero e per me è sempre stata festa, ma ora non conta più il passato, quanto si è sofferto in quella terra bagnata del nostro sudore e del nostro sangue, ora siamo in carcere quasi ad espiare per quel poco di buono che abbiamo fatto come soldati, per l’attaccamento alle tradizioni ed alla nostra bella bandiera.

Il patriottismo e il servizio per l’Italia furono chiaramente il motivo della partecipazione di Alessandri all’organizzazione della cosiddetta “Guardia nazionale” da parte di Lunardi. Nei momenti più drammatici e difficili, tra le righe di Alessandri emergono la rabbia e lo sdegno per una nazione in ginocchio abbandonata alle incursioni e per la propria città distrutta dai bombardamenti. Egli si considerava «relegato in questa gabbia per il grande torto di aver visto una spanna più in là del mio naso e le tragiche conseguenze che sarebbero derivate dall’essere in balia dello straniero» (lettera del 5 marzo 1945).

Alessandro Alessandri (AREC, Fondo Alessandro Alessandri).
Oltre alla militanza, nelle lettere di Alessandri emergono l’umanità, le preoccupazioni, i tentativi di alleggerire la propria situazione, le speranze e le delusioni. Egli descrive la vita in carcere all’amatissima moglie Luigina Grazioli (detta Ginì) e ai propri genitori, alternando grande spirito e ottimismo – certo anche per rassicurare la famiglia – a momenti di sconforto e frustrazione. Non mancano neppure una certa vivacità e un certo piglio nella scrittura, come nella lettera datata 25 febbraio 1944. Qui, dopo aver descritto una giornata tipo in cella, Alessandri conclude scrivendo:
ore 21:30 – ore 24 – ore 3.30 controllo delle guardie se siamo in branda o se miracolosamente passate le sbarre ci siamo buttati dal 4 piano pronti a saltare due altissimi muri di cinta ove gira la sentinella con baionetta in canna.
La peculiarità di questo passo, che può sembrare solo una battuta (e si tenga presente che le lettere passavano il vaglio della censura), è che si tratta di una predizione del futuro: esattamente un anno dopo, giorno più giorno meno, Alessandri e altri prigionieri politici e comuni avrebbero segato le sbarre di una finestra e scoperchiato un angolo del tetto; e sarebbero senz’altro fuggiti se non fosse stato per il tradimento di una spia. Ma non sono le lettere a informarci di questa fuga, bensì il diario di Camilla Cantoni Marca, all’epoca impegnata nell’assistenza dei prigionieri politici col gruppo delle “Massimille”.
Un altro esempio di narrazione dei modi con cui Alessandri cercava di tenere alto il morale si può trovare nella lettera del 12 maggio 1944, dove si descrive un nuovo “drastico” taglio di capelli:
Al prossimo colloquio per riconoscermi dovrete cercare una luna piena. Mi sono fatto tagliare tutti i capelli, non solo, ma mi sono fatto rasare (col rasoio) tutta la testa. Era un pezzo, ancora da quest’inverno, che ruminavo di rinforzarmi i capelli con questo metodo draconiano ed ora data la bella stagione, mi sono deciso di sfruttare questa parentesi di galera per fare quello che pensavo da anni ma che nella vita borghese non avevo il coraggio di fare.

Nondimeno, il carteggio non nasconde le difficoltà di comunicazione con la famiglia, la lentezza dei controlli della censura, la necessità che i parenti portassero viveri e altri beni d’uso comune, le preoccupazioni per la situazione fuori dal carcere dei propri cari. Scorrendo le lettere inviategli dalla famiglia, spicca la figura della moglie Luigina Grazioli, donna che col supporto dei suoceri e dei pochi amici si sobbarcò il compito di tutelare la casa e i beni familiari e di prendersi cura dei due figli Anna, nata nell’ottobre 1941, e Carlo, il secondogenito.
E proprio la morte di quest’ultimo il 21 agosto 1944, dovuta a una malattia, fu il dolore più grande che i coniugi dovettero sopportare durante la prigionia di Alessandri. Negli scambi epistolari con la moglie in quel mese si legge uno straziante insieme di ultime speranze, di sacrifici della madre per rendere possibile ogni cura al figlio, di angosce del padre per l’impossibilità di fare qualcosa. Il crescendo di sofferenza trova il suo apice nello smacco forse peggiore, quando né Alessandri poté partecipare al funerale, né a sua moglie fu concessa una visita straordinaria al marito:
Carissimi,
fra poco faranno i funerali al nostro Carlino adorato ed io non ho potuto vederlo, non ho potuto accompagnarlo e per di più fino a questo momento non ho avuto il bene di avere il colloquio con voi per cercare di confortarci a vicenda.
(Alessandri alla famiglia, 22 agosto 1944)
Mio Sandro adorato,
ho ancora il cuore che sanguina per il distacco del nostro Carlino e siccome immagino il tuo strazio mi sarebbe stato tanto di sollievo poterti vedere e dare anche a te un po’ di conforto ma il direttore non mi ha concesso il permesso perché non erano scaduti i quindici giorni [dal colloquio precedente]. Pazienza, anche questa pillola amara è passata giù, per forza.
(Luigina Grazioli al marito, 22 agosto 1944)
A questa perdita, si aggiungono le diverse lettere, sia tra le ricevute sia tra le inviate, che parlano della paura per gli allarmi e le corse nei rifugi a causa dei bombardamenti. Uno di questi non risparmiò la casa dei genitori di Alessandri. Della sua esperienza in carcere le sue ultime lettere parlano poi delle difficoltà riscontrate per farsi curare l’ulcera che lo costringeva a letto, tra richieste di visite mediche, referti che ne consigliavano l’ospedalizzazione, lentezze burocratiche e ostilità.

Il ragioniere partigiano fu scarcerato il 25 aprile 1945. La generosa donazione del fondo a lui dedicato non restituisce solo il ritratto di una figura importante della Resistenza bresciana meritevole di studio e approfondimento, ma anche una nuova testimonianza diretta e dettagliata dell’esperienza della prigionia provata da coloro che, a vario titolo, lottarono per la libertà del proprio Paese.
Stefano Cassini
Bibliografia
Anni, Rolando, Dizionario della Resistenza bresciana, 2 voll., Brescia, Morcelliana, 2008.
Cantoni Marca, Camilla, Una pagina di diario 1944-1945, [a cura di Dario Morelli], «La Resistenza bresciana», 25, 1994, pp. 117-128.
Fappani, Antonio, Enciclopedia bresciana, 22 voll., Brescia, La Voce del Popolo, 1978-2007.
Morelli, Dario, La Resistenza in carcere. Giacomo Vender e gli altri, Brescia, Istituto Storico della Resistenza Bresciana, 1981.
Morelli, Dario (a cura di), Assistenza ai carcerati politici, a cura di Dario Morelli, «La Resistenza bresciana», 25, 1994, pp. 115-116.
Morelli, Dario, Fascismo – Antifascismo – Resistenza, «La Resistenza bresciana», 29, 1998, pp. 17-56: 27-31 (testimonianza di Carlo Visintini).
Morelli, Dario (a cura di), Nel carcere di Brescia, «La Resistenza bresciana», 31, 2000, pp. 67-69.
Morelli, Dario (a cura di), Evasione, «La Resistenza bresciana», 31, 2000, pp. 69-73.
Morelli, Dario, Assistenza in carcere ai detenuti politici, «La Resistenza bresciana», 32, 2001, pp. 44-51.
Vecchio, Giorgio, Il soffio dello Spirito. Cattolici nelle Resistenze europee, Roma, Viella, 2022 (Collana dell’Istituto Alcide Cervi, 3).

